scangià pi scangià
Scangiammu culuri, buttuni, scritti, tric-trac...
Nni jimmu supr'a spinder, spilnder...vabbò va...
ni vidimmu
turillu u raccuiottu
LA LEGGE ELETTORALE
Cosa pensi del dibattito sulla modifica della legge elettorale?
Io? Niente.
In questo momento se ne pensassi qualcosa mi preoccuperei.
Però ho il rimpianto di periodi in cui aveva un senso parlarne, un valore pensarne qualcosa, una finalità positiva il dissertarne.
Diamoci alla politica. Chiudiamo le porta a porta varie. Relazioniamoci coi nostri vicini di casa.
Metodo per dire cose spiacevoli
Markus Haiggardner
Titolo originale “Art und weise darum aufsagen selbstverständlichkeiten”
Laterza Editori, 2007
21,68 euro
Ogni volta che lo trovo su Messenger mi attacca un pippone esagerato . Come posso dire a papà che ho rigato la portiera della Bmw che non si potrebbe permettere ma che...Quante volte vi siete trovati a pensare cose del genere? E quante altre avete poi dovuto dire frasi di questo tipo: Ti ho tradito, cara. Ti puzzano terribilmente le estremità inferiori. Sono rimasta un po’ incinta.
In questo labirinto cognitivo che c’è tra il pensare e il comunicare questi disagevoli pensieri scandaglia il brillante trattato di Markus Haiggardner, di recente pubblicato da Laterza nella collana “Pensatori del nostro tempo”, dedicata ai temi che la filosofia contemporanea pesca dalle viscere della quotidianità.
Il taglio manualistico, che pur spesso si riscontra nella precisa riproposizione di situazioni pratiche, viene presto abbandonato per una lucida puntualizzazione delle categorie di “cose spiacevoli”, la loro origine psico-sociale, la loro collocazione temporale.
Abilmente strutturati i capitoli V, VI, VIII, offrono, con la prensile capacità descrittiva propria dei sociologi di Dusseldorf, una rassegna dei metodi di classificazione delle cose spiacevoli, in base a fattori diversi – ma, come è pronto a puntualizzare l’autore, tutti validi e proficui.
in base al grado di stress provocato, alla tipologia del contesto in cui si sviluppano, o al numero di soggetti coinvolti.
O in base al grado di assertività della comunicazione, al tipo di verbalità (in quante parole si può dire, con quale lessico etc), al tipo di prossemica e gestualità (e se glielo urlassi in faccia? Con un regalo funziona meglio?), alla temporarità della comunicazione (tempestiva, intempestiva, contropiedistica, azzeccata, “potevi anche stare zitto”, l’avrebbe capito da sé, “giusto in tempo”, di rimbalzo etc).
Proponendo una classificazione generale che verte sull’ontologia delle “cose da dire” e sulla “comunicazione”.
In mezzo a queste due grandi classi Haiggardner pone la monarchin klasse, la categoria regina, come egli stesso nel capitolo VIII designa quella espressa sulla base della “tipologia di effetti pratici che la comunicazione provoca” (dall’alzata di spalle al calcio in culo, passando per il “m’ha levato il saluto” ad altre forme di ritorsione).
Puntuale e ricco, anche il capitolo dedicato alla storia delle cose spiacevoli, in cui il grado di contestualizzazione sociale, la ricchezza di fonti citate, l’inquadramento finisce per trasportare il lettore nel pieno sonno di un’aula universitaria di fine novembre. Da qui parte il Capitolo su Galileo (“come glielo dico che il sole è fermo e la terra va”) in cui l’abilità dialettica di uno dei padri della scienza moderna viene passata al vaglio della logica neopositivista.
Lungo e articolato, questo capitolo, il XVII, risulta fondamentale per una compiuta comprensione della spiacevolezza delle cose da dire, e finisce per avere una grande ricaduta pratica, sviluppata nei capitoli successivi, in particolare il XIX e XXIII. Capitoli che potremmo tranquillamente leggere come un Manuale su come dire cose spiacevoli, esteso si, complesso si, ma per la sua puntualità applicativa assolutamente imprescindibile per chiunque si trovi sulle spine di un “come glielo dico”.
La vena umoristica, sottile quanto sottilmente compiaciuta di Haiggardner trasuda dal rigore formale del suo testo, senza lederne la magnificenza, e si palesa già dalla nota all’introduzione: “Chi di voi non si è mai trovato nella condizione di dover muovere un appunto a qualcuno, fossanche il salumiere che via ha tagliato la mortadella spessa come una bistecca?”
Un eccesso di verità stronca la vita - avverte il nostro autore riprendendo Nietzsche - per agire bisogna avere la forza di dimenticare. Parole che suonano come una critica alla psicoanalisi. Eppure, per Freud e di più per Lacan (citati con puntiglio nei capitoli XXI e XXV), il problema non è mai ritrovare l'esattezza del passato, bensì riscrivere una storia del paziente, che incontri la sua adesione e produca mutamenti significativi nel suo incoscio, e da qui procedere con lo scatascio (termine siciliano che i filosofi tedeschi hanno adottato per etichettare lo sfogo di un’anima satura)
Friedrich Nietzsche ci ha avvertiti sul possibile danno della verità storica nei confronti della vita, ci ricorda Haiggardner. Nella Seconda delle sue Considerazioni inattuali - titolata significativamente Sull'utilità e il danno della storia per la vita - la dimensione del sapere storico può giungere a paralizzare la vita laddove la riduca ad un effetto di ciò che è già stato. L'orizzonte del futuro si restringe, lo slancio progettuale si comprime, il divenire del desiderio lascia il posto ad una sapere d'archivio che anziché essere utile alla vita la spegne. L'esistenza storica finisce così per vivere nel segno del passato, incatenata al già stato, e la conoscenza storica diventa "un'istruzione senza vivificazione". In questo senso, la "febbre storica" può diventare una malattia che attenta l'essere della vita, dando luogo ad una "ripetuta ruminazione" - simile a un'"insonnia" cronica - in cui "l'essere vivente riceve danno e alla fine perisce".
La costruzione della parola non è qui ritrovamento di una scrittura originaria, sepolta come una città antica dal passato, ma riscrittura della storia del soggetto dove lo stesso ricordare, e il conseguente riferire spiacevolezza, appare come un'attività di costruzione. Ma mentre la costruzione freudiana mette in gioco il sapere dell'analista sulla verità storico-biografica del soggetto, la costruzione lacaniana della parola costruisce "sotto transfert" tout court l'inconscio stesso del soggetto producendo una memoria che non è più un deposito archivistico ma il risultato dell'intreccio tra la sedimentazione delle tracce significanti impresse dall'Altro e la loro rielaborazione soggettiva.
Ma è l’ultima sezione (dal capitolo XXIX al XXXVIII) che offre al lettore la prova del genio filosofico del nostro autore; nel momento in cui si accosta al Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein e ne mette in luce gli “orizzonti del dicibile”.
Haiggardner lo affronta come un testo sostanzialmente kantiano (poiché volto alla ricerca delle condizioni di possibilità e di dicibilità delle cose), ora come una riflessione anti-razionalistica e a suo modo perfino mistica (poiché si sottolineano soprattutto i limiti del dicibile e il rilievo di ciò che sta oltre tali limiti, rilievo che non è razional-scientifico, ma etico). Soffermando sull'assunto che il sapere si configura essenzialmente come un sistema di enunciati linguistici; e l'ulteriore tesi che il linguaggio il mondo sono degli aggregati, composti riducibili a determinazioni semplici e che su tali determinazioni è possibile (almeno idealmente) riconoscere un sapere rigoroso.
Questo il contributo maggiore offerto dal trattato del filosofo Haiggardner , questa sua rielaborazione vale l’ardua lettura.
Pregevole la traduzione curata da Gianni Crespi, che fin dal titolo mette in luce la costernazione spaurita innanzi alla quale ciascuno si trova in quei frangenti che precedono “lo sputo del rospo”, rendendo il tedesco selbstverständlichkeiten, cose ovvie, con l’italiano “cose spiacevoli”. Questa ombra di disagio misto a cautela è ben chiara nella trattazione, che però nel titolo dichiara l’assoluta necessità delle “cose” che devono essere dette.
E conclude Non voglio dare a nessuno la chiave per dire in modo vantaggioso cose spiacevoli, se vi rode sono affari vostri, improvvisate!
Un testo imprescindibile per chi voglia capire la cultura del nostro tempo, per chi ne voglia indagare le basi epistemologiche, per chi non sa come trarsi d’impaccio dopo aver fatto una cazzata.
PALLONI E BRICICHETTE
Vedere in giro per le strade di Modena bambini che si aggirano con l'aria di chi sta andando a giocare è un po' come vedere degli Indiani d'America nei boschi del Nebraska, delle mucche al pascolo, il lupo in Sila, i preti o chessò io una rarità che sbuchi fuori da un passato ormai lontano, quasi perduto.
E forse tra qualche anno diventeranno come il mostro di Lochness, come le sirene, scilla&cariddi, creature mitologiche: "ma chissà, forse sono esistiti, o forse sono trasposizioni simboliche dell'inconscio dell'uomo".
Oggi pomeriggio, verso le 18:20 (siamo nell'Italia del novembre 2007) ho visto 2 bambini appartenenti alla specie umana razza bianca, presumibilmente di nazionalità italiana di etnia non definita, camminare lungo il vialone trafficato di via Morane con un pallone tra i piedi e una bricichetta inforcata.
Un pallone e una bici. Come i bambini di un tempo.
Come Turillu U Raccuiottu, 'Ntoni Carrozzu, Pappalardo, Carmelo Bellutipu e tanti altri "caùsi" che giocavano tra vaelli e vaillazzi a mmuccia buè oppure a pallone tra le aiuole di San Bastiano.
Al giorno d'oggi i bambini con la settimana pianificata come i manager frequentano solo "corsi di".
Oggi pomeriggio ho visto 2 bambini relitti. Mi sono sembrati bellisssssimi. Due partigiani in fuga da quella caserma che stiamo diventando.
ARIEL e CALIBAN
Ariel, lo spirito Dell'isola che ne La Tempesta di Shakespeare, serve il saggio Prospero con la sua leggera ah ariosa, ah frizzante, ah dispettosa, ah vitalità - dopo esser stato tirato fuori dal tronco di pino in cui urlava prigioniero.
Caliban, il mostro deforme, figlio di strega argh iracondo, argh ingovernabile, argh irriconoscente, argh tronco secco, allevato da Prospero da cui ha appreso a parlare...solo per maledire argh e insultare argh imprecare.
Due energie vitali complementari. Asservite entrambe al talento, al controllo di Prospero.
Ariel vita che si libra. Caliban vita che si sfibra.
Tratti d'animo che si ritrovano nelle persone che incrociamo ogni giorno. Tratti si manifestano in noi, talvota. Talvolta Ariel, col gioco, quello della risposta immediata del "dai e vai". Altre Caliban, legnoso, scontento. Ma altrettanto vitale e potente.
A governarli Prospero. Il principio della nostra saggezza, della ricerca dell'equilibrio e della conoscenza.
OGGI SONO CALIBAN
è tempo di...il Teatro come mezzo
Dalla poetica teatrale di un gruppo unico, ZeroTeatro, uno stralcio poetico sul modo di stare al mondo.
"È tempo di mettersi in ascolto.
È tempo di fare silenzio dentro di se.
È tempo di essere mobili e leggeri,
di alleggerirsi per mettersi in cammino.
È tempo di convivere con le macerie
E l'orrore, per trovare un senso.
Tra non molto, anche i mediocri lo
diranno.
Ma io non parlo di strade più impervie,
di impegni più rischiosi,
di atti meditati in solitudine.
L'unica morale possibile
È quella che puoi trovare,
giorno per giorno, nel tuo luogo
aperto-appartato.
Che senso ha se solo tu ti salvi.
Bisogna poter contemplare,
ma essere anche in viaggio.
Bisogna essere attenti,
mobili, spregiudicati e ispirati.
Un nomadismo,
una condizione, un'avventura,
un processo di liberazione,
una fatica, un dolore,
per comunicare tra le macerie.
Bisogna usare tutti i mezzi disponibili,
per trovare la morale profonda
della propria arte.
Luoghi visibili
E luoghi invisibili,
luoghi reali
e luoghi immaginari
popoleranno il nostro cammino.
Ma la merce è la merce,
e la sua legge sarà
sempre pronta a cancellare
il lavoro di
chi ha trovato radici e
guarda lontano.
Il passato e il futuro
non esistono nell'eterno presente
del consumo.
Questo è uno degli orrori,
con il quale da tempo conviviamo e al quale non abbiamo ancora
dato una risposta adeguata.
Bisogna liberarsi dell'oppressione
E riconciliarsi con il mistero.
Due sono le strade da percorrere,
due sono le forze da far coesistere.
La politica da sola è cieca.
Il mistero, che è muto,
da solo diventa sordo.
Un'arte clandestina
per mantenersi aperti,
essere in viaggio,
ma lasciare tracce,
edificare luoghi,
unirsi a viaggiatori inquieti.
E se a qualcuno verrà in mente,
un giorno, di fare la mappa
di questo itinerario;
di ripercorrere i luoghi,
di esaminare le tracce,
mi auguro che sarà solo
per trovare un nuovo inizio.
È tempo che l'arte
Trovi altre forme
Per comunicare in un universo
In cui tutto è comunicazione.
È tempo che esca dal tempo
astratto del mercato,
per ricostruire
il tempo umano dell'espressione
necessaria.
Una stalla può diventare
Un tempio e
Restare magnificamente una stalla.
Né un Dio, né un'idea,
potranno salvarci
ma solo una relazione vitale.
Ci vuole una altro sguardo
Per dare senso a ciò
Che barbaramente muore ogni giorno
Omologandosi.
E come dice un maestro:
"tutto ricordare e tutto dimenticare".
Antonio Neiwiller, Maggio 1993
E che c'entri col Teatro ognuno può capirlo a suo modo.
riprendiamo a scrivere qui?
La risposta è..."si ajiu tempu".
Come con un bengala con la sua scia luminosa, spesso cerchiamo di segnalare la nostra presenza in un mondo che sembra sempre più vasto (e non c'è bisogno di spiegare come e perché), ma che si rimpicciolisce asimmetricamente (e richia di mostrarci sempre le solite 4stronzate scontate - detto in termini semplici). Dunque sparo il primo colpo.
Sarei tentato di fare un riassunto cronologico di questi mesi densi di eventi: mi rassicura avere presente una successione dei fatti (amo le biografie...). E invece col cavolo!!! Vertigine.
A poi.
savo (turillu u raccuiottu)
IL DA FARSI DA FARE
"L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio"
Italo Calvino, Le città invisibili
CAPO DANNO 2007
Al PRONTOSOCCORSO del Civico per accompagnare Daniela presa in pieno da uno sdeng di una bottiglia di spumante massiccia lanciata da un coglionazzo non meglio identificato nella folla di Piazza Politeama.
Allo scoccare preciso della mezzanotte: SDENG!
Il seguito è stato un veglione al prontosoccorso.
Io, Lore, 'Aspano, Alida, Sandro, Sandra, Antonio Vesco, Nicoletta, Natalia, Renè (tanto per mantenere la praivasi...) e tanti infermieri, medici, polizzi, guardie giurate, pazienti, parenti
tutto al suono delle sirene spiegate!
Poi a Piazza Sant'Anna a cercare di recuperare un minimo di convenzionalità, ballando.
Poi ritorno verso il messinese con l'alba più bella che poteva aspettarci, sul mare dorato, con le Isole Eolie in bella mostra, tutte visibili in un'aria tersa.
Buon 2007 a tttutti
FOTO BLò...e Buon Natale
lo so che questo è un mondo già troppo pieno di stimoli visivi...emh...vabbé, in compenso io non vendo niente!!!
BUON NATALE A TUTTI
Il Foto blò s'intitola "Parpallijo tutt'i cosi" che in novarese significa più o meno "tutto sfarfalleggia". Vabbé.


